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STEFANO CASCIANI

MARTA SALA ÉDITIONS: L’ANIMA SEGRETA DELLE COSE UTILI

Cosa spinge Marta Sala ad iniziare oggi una sua propria edizione di mobili e oggetti distinti dal fascinoso acronimo MSÉ? Quali ragionamenti inducono un’imprenditrice che – seppure ancor giovane come esponente di una seconda generazione familiare – ha già maturato molti anni di esperienza nel rapporto con i designer e la produzione? C’è più calcolo o rischio, audacia o incoscienza, in una decisione come questa, in un periodo come questo?
Probabilmente niente del genere. Si direbbe invece, a vedere i risultati concreti di questo suo nuovo progetto, che naturalmente scaturisca dal DNA di una famiglia d’arte (la madre Maria Teresa Tosi, fondatrice di Azucena con lo zio Luigi Caccia Dominioni e Ignazio Gardella, due giganti del modernismo critico in architettura) il desiderio di misurarsi con quel 10% inspiration, 90% transpiration - come il giovane Doinel/Léaud/Truffaut apprende del mestiere di detective in Baisers Volés - che sta dietro alla possibilità/capacità di creare autentici oggetti iconici: quelli per cui il design italiano è esistito/esiste e senza i quali non esisterà più.
Le fa da guida in questa specie di “scrittura automatica” del progetto delle cose utili la sicurezza che migliori progettisti rimangono ancora gli architetti: professionisti, persone, intelligenze che hanno scelto di occuparsi del tutto e non (solo) del particolare, dell’insieme, quello che in inglese si chiama “big picture”: insomma, il bosco e non solo gli alberi. Il bosco naturalmente in questo caso è in primo luogo la casa. In questo territorio psicologicamente sconfinato anche quando geometricamente angusto la presenza di mobili e oggetti non è solo il supporto indolente alle stanchezze della gravità, il piedistallo su cui mettere altri oggetti o strumenti che rendono la vita più piacevole o semplicemente meno triste: mobili e arredi significano il più delle volte un desiderio di eternità.
Perché altrimenti affannarsi tanto, imprenditrice e architetti, a inventare per il mobile un’immagine multiforme eppure stabile nel tempo, una trasformazione del materiale che sia diversa, visibile e significativa ma che pure ricordi lontanamente qualcosa di familiare o, per farla più compicata, “interiorizzato”?
Sarà anche per questo che gli architetti scelti da Marta Sala come primi progettisti della sua collezione sono Claudio Lazzarini e Carl Pickering. Esperti del disegno degli interni dentro architetture trovate o inventate, vi disseminano da tempo soluzioni formali e dettagli materiali come indizi di un racconto dell’abitare in bilico tra rappresentazione e astrazione – ovvero tra il rappresentare l’importanza dell’arredamento come messa in scena della cultura dei padroni di casa e il rendere questo gusto del vivere attraverso forme, presumibilmente geometriche, degli oggetti. Nei pezzi disegnati per questa prima collezione la geometria può diventare anche matematica: come quando nel pensare a delle piccole sedute per attesa o meditazione L. e P. immaginano per loro diverse possibilità combinatorie, a creare un pattern per spazi spesso anonimi come quelli del contract, o situazioni meno banali nella disposizione del soggiorno.

Rispetto alla sua esperienza di progetto precedente, risulta evidente che per Marta Sala questa è l’occasione per il divertissement, per fare anche un po’ di ironia sul design troppo paludato e moralista: si possono esagerare le dimensioni di un divano, ad esempio, per quanto controllate da pochi semplici tagli e curve per la forma complessiva. Oppure tentare un abbinamento di funzioni (tavolino, lampada, separè) in un unico pezzo, a costo di farlo risultare “sovraesposto”. I colori non saranno mai casuali, ma pescati accuratamente in quelle gamme tonali dove un verde non è mai completamente verde o un magenta non è mai veramente magenta, ma piuttosto il ricordo di un altro colore visto una volta e che gli si avvicinava, ma non troppo. La memoria qui non fa brutti scherzi, tutt’altro.
Avvicinandosi anche solo visivamente a questi pezzi non si sarà banalmente esposti alle fissazioni dei remaker e revivalisti degli anni 30. 40, 50, 60, 70 – ma ci si troverà a interrogarsi sulla possibilità di ancora progettare una funzione come arredare il proprio ambiente, di reinventarsi un mondo privato e personalissimo.
Essa non sarà forse indispensabile per una condizione diffusa di spaesamento e incertezza: ma rimane necessaria alle persone di gusto e di qualche generosità, che amano condividere la propria capacità di pensare il mondo anche attraverso gli oggetti utili, le cose che ancora hanno un’anima seppure segreta. S.C.